Heidegger - Lettera sull’umanismo II

Resumo II

Avendo presente lo schema del mio elaborato precedenti, vorrei sottolineare qualche aspetti che mi sembrano evidenti nella continuazione della lettura della Lettera sull’umanesimo di Heidegger.
Quello che ci salta vista è che l’autore sembra avere una visione molto negativa della situazione in cui c’era il mondo. Che lui chiama di tempo indigente, di oblio dell’essere e anche di povertà culturale. Secondo lui questo accade perché è una epoca di predominio (egemonità) della scienza e della tecnica[1], dove l’ente viene compresso come un presupposto non pensato, ma invece molto oggettivato. Heidegger guarda con molta nostalgia il periodo presocratico, in cui per lui, l’essere è cercato, dopo questo periodo lui identifica un progetto iniziato da Platone che è concluso in Nietzsche[2]. In linea di massima, per lui l’ente viene ontificato dopo i presocratici. Dunque per lui, se uno vuoi capire il progetto metafisico dell’occidente deve studiare soprattutto Nietzsche.
Dunque se abbiamo appunto in mente la modernità (Cartesio e Hegel), il punto di partenza è la coscienza di sé, questo non c’è nessuno contenuto, è soltanto pensiero di pensiero. Cosi in questo contesto il vero deve essere oggettivo e corrispondere a certi parametri, ma il problema è chi definisce questi criteri. Per Cartesio queste criteri è la chiarezza e distinzione (certezza). Ma il problema è che la coscienza ha definito queste criteri da sé stessa e questi sono criteri di coscienza. Altro problema che il processo in cu si svolge questo è la logica. Ora ciò che dice Heidegger è che questa modernità ciò che fa nel confronto della realtà è imporsi e non aprirsi. Dunque non riconosce la realtà, e stabilisce i suoi comandamenti da sé e cosi se arriva ad una ontologia (logica del logos). Secondo lui, perché l’ontologia, la metafisica e la cultura occidentale si fondano nella logica del logos, non sono altro che una volontà di potenza. Secondo Heidegger, Nietzsche volendo scapare di questa tradizione non è altro che il culmine di questa impostazione.
Questo non mi sembra sbagliato ma sembra che lui non vede in S. Tommaso una rottura di questo quadro e in Cartesio una rottura a S. Tommaso,  anche di non avere una concezione chiare dell’essere a partire della creazione. Anche ha avuto il problema di voler allungare troppo la sua critica, che se infatti è molto importante, ridurre troppo tutta la tradizione precedenti. Applica una critica eccessiva, intuisce il problema, ma non lo risolve.
L’essere nel mondo dell’uomo di Heidegger implica sempre la libertà, un decidere, un progettarsi, ma sempre in un mondo storico in cui ci sono possibilità-eredità, un mondo nel quale possibilità-eredità implica anche un destino. “Ed è proprio perché si tratta di pensare l’e-sistenza dell’esser-ci che in Sein und Zeit è così essenziale per il pensiero che si esperisca la storicità dell’esserci[3]  Dunque ogni autenticità significa allora la consapevolezza della finitezza, del progettarsi secondo un’eredità tramandata, ricevuta, ma sempre scelta.
La critica di Heidegger a Cartesio è molto valida, giusta e buona, ma il suo pensiero c’è qualche limite, assenze. Davanti una realtà storica specifica, manca qualcosa per uscire di là, cosa manca? Manca la trascendenza (Dio), e manca un’etica di contenuto, un’etica dell’autenticità e dell’inautenticità. E perché manca queste cose? Forse perché l’analisi di Heidegger è troppo fenomenologica, ma poco ontologica. E si non c’è ontologia, ossia, se la fenomenologia non c’è ontologia, non ci porta ad una costituzione, la consapevolezza della finitezza senza trascendenza, manca di criteri oggettive per giudicare la realtà.
Come abbiamo visto nell’ultima lezione, possiamo dire che lui è proprio un ermeneuta, forse il padre dell’ermeneutica che dopo sarà trasmessa e sviluppata da Gadamer. Quello che possiamo affermare con sicurezza, è che lui non è un esistenzialista, nemmeno un metafisico, lui è un ricercatore dell’essere, un fenomenologo (è stato discepoli di Husserl), più ancor, un fenomenologo molto profondo. Lui propone un linguaggio non rigoroso alla filosofia, ma più “poetico”.



[1] Cfr. HEIDEGGER, M. Lettera sull’umanesimo. p. 293.
[2] Cfr. Ibidem.  p. 291.
[3] Ibidem, p. 289.

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