V Domenica del Tempo Ordinario

(Is 58, 7-10; Sl 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5, 13-16)




         Carissimi fratelli e sorelle la liturgia di questa V Domenica del tempo ordinario è un invito alla nostra riflessione interiore, però anche esteriore della nostra pratica religiosa, poiché nessuno può vivere la propria fede scollegata dal mondo, dalle altre persone, e in questo senso Gesù ci ricorda che la fede è il “sale della terra e la luce del mondo.” Oggi la nostra riflessione sarà proprio sull’importanza della nostra esperienza personale con il Signore per la testimonianza al mondo, vorrei chiamare la vostra attenzione per la situazione religiosa contemporanea, specialmente qui in Europa, ma anche in tutto il mondo occidentale, dove la secolarismo è un fenomeno forte che cerca non soltanto separare l’ambito della fede e quello sociale, ma invece cerca di mettere opposizione tra di loro, come si la realtà interiore spirituale e la realtà esteriore pratica non dovessi cercare il bene comune, ossia il bene della persona umana.
         Non basta più lamentare la situazione della famiglia contemporanea, i valori perdute e l’immoralità passata attraverso i mezzi di comunicazione, nemmeno lamentare la situazione politica di corruzione, tutto questo è il risultato della nostra perdita essenziale del senso della fede, del rapporto con Dio e con gli altri, siamo stati dimenticati che la fede implica anche la pratica dell’amore concreto non meramente poetico e teorico. La situazione di crisi economica e politica attuale è anche conseguenza dell’abbandono della coscienza che non siamo per noi stessi, ma per gli altri, per servire e amare. L’Europa ha dimenticato la sua vocazione cristiana, e purtroppo la conseguenza è arrivata nel resto del mondo occidentale.
Cito soltanto alcune esempi di questa situazione: l’abbandono in cui vivono gli anziani, tante volte dai propri figli. Famiglie che non vogliono più figli, perché pensano che i figli privino la libertà, oppure perché l’esito professionale viene sempre nel primo piano, e per questo motivo la popolazione giovane ha diminuito tanto, causando problemi sociali nell’ordine economico del lavoro, la perdita del senso della vita che portano tante persone alla tristezza mortale, anche al suicidio, figli che si confrontano con i genitori e genitori contro i suoi figli, ragazzi e ragazze che non vogliano più il compiuto di formare una famiglia per vivere nell’illusione di un’apparente libertà, ma che dopo arrivano all’età matura nella solitudine ecc.
È arrivato il momento di domandarci se non abbiamo fallito nel compito di essere luce e sale della terra.
Il testo del Vangelo appare nella continuazione dell’annunzio delle beatitudine nel Vangelo di Matteo, possiamo dire con sicurezza che costituisce un coronamento e una applicazione pratica di esso, allora è giustamente nella misura in che i discepoli di Gesù vivono lo spirito delle beatitudine che saranno il “sale della terra” e la “luce del mondo”. Altro dettaglio tanto importante è che il testo non pone l’accento, l’annunzio del Vangelo attraverso la predicazione, ma attraverso la testimonianza di vita, “così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 16). Come dice anche Santo Antonio di Padova, “basta la parola e che parlono le opere”.
L’immagine uttilizzata da Gesù è perfetta, perché il sale preserva gli alimenti della corruzione e le da sapore , però lo fa tutto senza chiamare l’attenzione alla sua presenza. La luce è anche condizione fondamentale per la visione, nessun può vedere nulla senza la luce, perciò i discepoli devono essere luce perché sono “figli della luce” (1Tes 5,5), devono riflettere Cristo che è la vera “luce del mondo” (Gv 1, 4-5.9).
La testimonianza è sempre frutto dell’incontro personale con Gesù, e non deve essere cercata soltanto nel senso esterno, perché diventa artificiale, non convince a nessuno, nemmeno a se stesso e fa la fede diventare infeconda, burocratica, la fede della pratica rituale senza vita, della preghiera meccanica e più per paura di Dio che come risposta del suo amore infinito e personale verso di noi. Questo vuoi dire tanto!
Carissimi, Cristo non spera che siamo impeccabili (senza peccati), però come ci ricorda il Papa Francesco, “peccatori si, deboli si, ma traditori e corrotti no!” il Signore conosce la nostra debolezza e per questo motivo ci ha fatto vivere in comunità, perché nessuno si basta a sé stesso, dobbiamo riconoscere la nostra finitezza, però senza lasciare di cercare la trascendenza.
È con Dio che diventiamo forti, e nella pratica dell’amore fraterno, nella tenerezza che scopriamo il vero senso della nostra esistenza e non cercando essere il super uomo detto da Nietzsche, massacrando le altre, loro vedendo come si fossi avversari e ostacolo alla nostra felicità. Fu cosi che l’apostolo Paolo ha evangelizzato il mondo, “Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione” (1 Cor 2,3 perciò la gente le ha creduto, perché erano in grado di vedere in lui la “manifestazione dello Spirito e la sua potenza” (cfr 1Cor 2, 4-5).  
Siamo completamente stanchi del contro testimonianza di alcuni rappresentati di Dio e di tanti cristiani, di persone che cercano sempre a se stessi, dimenticandosi dell’essenziale, che l’amore a Dio non può mai essere vissuto senza il rapporto con gli altri.
Cari amici, come suonano nel nostro cuore queste parole forte del profeta Isaia?
“Non consiste fare il digiuno che voglio nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?” (Is 58.7).
Non sarà già il tempo di aprirci al perdono, alla misericordia, a dimenticare l’odio, la gelosia, e tutto quanto? Quanto tempo della nostra vita abbiamo perso soffrendo a causa del rancore, non sarà tutto questo in invito ad aiutare, amare e servire? “Voi siete sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.” (Mt 5, 13)
Cari amici, bisognammo veramente metterci davanti a Dio e domandarsi, come stiamo vedendo e vivendo la nostra fede, forse la nostra lotta spirituale tante volte diventa faticosa perché abbiamo dimenticato l’essenziale, l’amore verso l’atro, cominciando nella nostra casa, tra i nostri, ma anche qui, adesso, nella nostra comunità, tra quelle che sono con noi ogni giorno, nel lavoro e in tutti gli ambiti in cui siamo. La luta diventa sempre molto pesante e noiosa se si trasforma in volontarismo, ricerca di virtù senza carità, che è un’apparenza di virtù che nasconde la nostra superbia e volontà di potenza.
La dimensione verticale della fede è inautentica se scuriamo la dimensione orizzontale. Il mondo, l’Europa forse ha dimenticato Cristo perché non Lo vedono in noi. Però è ancora tempo di conversione, la situazione e così bruta che non è difficile mostrare Cristo, il paradigma ha cambiato tanto che quando una persona vive veramente il cristianesimo, diventa subito sale della terra e luce del mondo.
Per finire la nostra meditazione, cerchiamo di non essere profeti delle tenebri, più che accusatori, siamo annunziatori dell’amore, se il dovere ci obbliga a mostrare l’errore e il peccato, non lo facciamo senza mostrare anche la risposta, Gesù, L’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo.

Infatti il salmo così definisce gli uomini retti: misericordioso, pietoso e giusto, ossia, misericordioso nel confronto con il peccato perché crede che Dio sia più grande della colpa, pietoso, perché davanti alla seduzione del mondo, sa che rendere il culto vivo a Dio è veramente ciò che da valore alla vita, e giusto perché sa riconoscere quello che è proprio e quello che è dell’altro. Il mondo ha il diritto di vedere Cristo nei cristiani, ossia, in ognuno di noi, “perché vedendo le nostre opere buone possano rendere gloria al Padre nostro che è nei cieli.” (cfr. Mt 5,16)

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