I Domenica di Avvento

 ( Is 2,1-5; Sl 122; Rm 13,1-14; Mt 24,37-44)

“Egli è venuto, vieni e verrà”


Carissimi fratelli e sorelle, oggi celebriamo la prima Domenica di Avvento, questo tempo liturgico proprio bello, che ci invita a meditare in Gesù, che è venuto, che vieni e che verrà. È venuta una volta, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Che vieni oggi nei sacramenti, nella preghiera, nella carità. Che verrà nella gloria per rinstaurare la creazione decaduta dal peccato e fare nuove tutte le cose. Nella nostra meditazione d’oggi cercheremo di preparare bene il nostro cuore per vivere con frutto questo periodo bello, affinché questo Natale non sia un periodo di frivolezza e falsità, ma un vero incontro con Dio che è venuto, vieni e verrà perché ci ama, ci vuole, ci aspetta e ci santifica.
         Egli è venuto! Si proprio si, come annunziava i profeti dello Antico Testamento e ci ricorda la prima lettura, e perché è venuto? “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Come è venuto? “per opera  dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.” Cosi conferma il Nuovo Testamento, “E il Verbo si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1 4a) .
         Carissimi cosa vuoi dire “Egli è venuto” nella nostra vita? Penso che ci aiuta tanto immaginare il popolo ebreo di quel tempo. Oppressi da un imperatore cattivo, senza poter rendere il culto dovuto a Dio, senza libertà di scegliere un legittimo re che davvero loro rappresentassi, più di questo senza la libertà di essere felici nella terra data da Dio, una situazione vera di privazione. Ma la loro speranza era una promessa, aspettavano una grande novità, il vero Re, che doveva venire per rinnovare e liberare dall’oppressione interiore e esteriore. Questo re è venuto, e quelle che sono state attenti, hanno potuto sperimentare una gioia mai sentita, mai vissuta, molto bene rappresentata nel cantico di Simeone “Ora lascia, o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria dal tuo popolo Israele” (Lc 2, 29-32).  Questo cantico è il segno di una anima felice, perché quando una speranza viene compiuta, la certezza di che tutto ha valuto la pena è il balsamo che alimenta la nostra vita.
         Io mi ricordo sempre che dopo la morte della mia mamma, 4 mesi prima della mia ordinazione davanti ai miei occhi dopo aver ricevuto la santissima eucaristia, se da un lato me ha dato una consolazione immensa per vedere che il Signore ha compiuto ciò che avevo sempre chiesto, ossia, la salvezza per la persona che più amavo, d’altro lato ha lasciato un buco enorme in me. Dopo tanta sofferenza ho letto nuovamente queste parole da Papa Benedetto che mi hanno aiutato tanto, “La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. (Spe Salvi, 1)
         Penso che ho capito per la prima volta in vita mia cosa era la sensazione del popolo di Israele e più di questo, cosa era il dolore. Dopo meditare e parlare tanto con Dio, nella prima volta che ho celebrato la santa messa, il mio cuore ha potuto sorridere nuovamente, perché queste parole dal Papa si hanno compiuto in vita mia, e ho capito che la venuta di Gesù attraverso le mie mani, queste mani che sono state generate nel seno della mia madre, era per me e per tutte quelle che dipendevano da me, la redenzione e la gioia da Dio offerta.
         Si, Egli è venuto, è venuto a me, per guarire le mie ferite, e darmi nuovamente il senso della vita, ma non è venuto soltanto per me, ma per tutti quelle che amavo e amo.
         Carissimi, ma dobbiamo ricordare che nessuno può vivere da una esperienza del passato, proprio perché ognuno di noi abbiamo anche l’esperienza della finitudine e finitezza umana, e la vita ci presenta in ogni momento l’esperienza del bene e del male. Quindi dobbiamo ricordare anche che Lui non è venuto soltanto una volta, ma che ancora viene, ogni giorno, perché sa che bisognammo oggi e sempre di questa certezza, di questa speranza per non chiuderci nei problemi, nelle tribolazioni della nostra vita. Dunque l’esperienza che abbiamo fato diverse volte della venuta di Gesù deve farci tornare sempre al vero amore.
         È proprio per questo che la Chiesa ci fa celebrare ogni anno l’avvento, perché è Maestra e Madre e come una buona madre sa ché la vita umana bisogna vivere e rivivere una e diverse volte l’amore, perché l’Esperanza bisogna essere sempre rinnovata.
Egli viene a noi nei sacramenti, specialmente quando ci perdona i nostri peccati nella confessione, e soprattutto nell’eucaristia che fra poco riceveremo, ma viene anche nei fratelli e sorelle che bisognano il nostro amore, il nostro aiuto, la nostra forza, la nostra fede.
Se facciamo sempre la esperienza della preghiera, saremo in grado di vedere che Egli vieni anche nascosto nella sofferenza, nella croce nostra di ogni giorno, nelle domande alle volte senza risposte, nella fatica quotidiana. In queste momenti Egli viene e ci chiede una risposta d’amore per aiutarlo nell’opera di redenzione. Ma qui, l’unica forma di vedere questo è in un primo momento il ricordo della sua venuta, dopo attraverso la fede di che viene ancora. Infatti bene sappiamo, pela forza delle nostre cadute, che la sofferenza senza preghiera diventa angoscia, disperazione.
Carissimi non è vero che il male è l’ultima risposta, che la cattiveria di nemici di Dio vincerà. Non vogliamo e non possiamo credere questo!
Se è vero che la preghiera quotidiana ci permette l’incontro con Dio, sappiamo che questa fede si confonde tante volte con la speranza. Quindi non c’è fede senza speranza, e come ci ricorda le parole da Santo Padre Benedetto XVI, la fede può essere detta speranza, e non c’è speranza se non c’è certezza di vittoria.
Cosi fratelli e sorelle, siamo sicuri della nostra speranza, perché della stessa forma che Gesù e venuto una volta e viene ogni giorni nei sacramenti, preghiere e opere di carità è tanto vero che Egli verrà nuovamente, ma la prossima venuta sarà trionfante, definitiva, per guarire il mondo, la creazione. Per dare a ognuno la loro ricompensa. Per lavare le nostre vesti con il suo amore una volta per sempre, per compiere la sua promessa. Chi semina l’odio non raccoglierà mai amore. Ma “chi semina nelle lacrime raccoglierà con gioia” (Sl 126), perché la lacrima lava e purifica e la fede riavvia e santifica
Allora cosa fare? Cosa vivere? Ci rispondi il Vangelo d’oggi, “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà (…) Perciò anche voi tenetevi pronti” (Mt 24, 44). L’avvento è proprio il tempo di meditare le tre venute di Gesù, di mettere in pratica di una forma rinnovata la nostra fede, di svegliarsi dalla fatica, dal peccato, dalla tristezza. Dice la seconda lettura, “è tempo di svegliarsi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventiamo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo” (Rm 13, 11b-14a). Questo Gesù che è venuto, che vieni e che verrà.
Coraggio, non camminiamo mai da soli! Con la Vergine Maria, nostra madre, con San Giuseppe e tutta la corte celestiale, “andiamo con gioia incontro al Signore” (cfr. Sl 121).
Invito a tutti a pensare e parlare questo davanti al tabernacolo, come ieri mi ricordava una grande amica. “Signore, credo, aumenta la mia fede”, ma dire non solo con le parole, ma con l’anima contrita e desiderosa dal vero amore, dunque ripetiamo, “Signore, credo, aumenta la mia fede”, affinché io ti possa dire nuovamente “Tu sai, tutto, Tu sai che io ti amo” (Gv 21, 17), che ti voglio amare più, con tutto quello che sono, che ho vissuto, che vivrò.
         

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