XXX Domenica del Tempo Ordinario

Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato

            Carissime fratelli e sorelle, il Vangelo d’oggi ci presenta due personaggi principali interessanti: il fariseo e il pubblicano. Le due volevano fare una vera ed autentica preghiera davanti al Signore.
            Sembra ovvio che la preghiera del pubblicano è quella che ha più gradito a Dio, perché è stata fata con il cuore umile e con la vera coscienza di sé, lui si vede proprio come quello che è, un peccatore. Piuttosto vorrei chiamare l’attenzione per un dettaglio di solito inosservato da noi. Anzitutto vediamo chi erano le due in quel contesto specifico.
           Il fariseo era un uomo del culto, vero conoscitori della Sacra Scrittura, dei comandamenti di Dio, impegnato della educazione religiosa della sua gente. Adesso vediamo chi era il pubblicano. In quell’epoca vi erano due categorie di pubblicani, una prima, che era chiamata pubblicani generali, da cui apparteneva stranieri responsabili della renda dell’imperio davanti all’imperatore romano e una seconda categoria, chiamata delegati, che erano uomini dello stesso paesi anche delegato dall’imperatore per la raccolta degli imposti. L’attitudine del pubblicano detto da Gesù nel Vangeli ci mostra che molto probabilmente lui era della seconda categoria di pubblicani, perché lo vediamo facendo una preghiera al Signore di Israele, i pubblicani della prima categoria invece avevano Cesare come dio e non facevano preghiera al Dio di Israele.
            Tutti i pubblicani erano viste come cattivi dalla popolazione, ma perché? Ricordiamo che gli ebrei erano il popolo scelto dal Signore e vivevano nella terra promessa dal Signore, dove dovevano rendere il culto dovuto a Dio, quindi per gli ebrei pagare imposto nella terra data da Dio a un imperatore non ebreo, era proprio una grande umiliazione. Cosi immaginammo come un pubblicano della seconda categoria era considerato un traditore del Signore, un uomo del proprio paese, che aveva ricevuto l’insegnamento della Sacra Scrittura e he diventava dopo un funzionario di un imperatore tirano!
            Questa visione ci permette immaginare meglio il costringimento sociale e religioso del pubblicano del Vangelo d’oggi.
            Lui non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo” (Lc 18, 13b) perché si sapeva un indegno di Dio.
            Qui presento il dettaglio di solito inosservato del quale o detto nell’inizio della nostra meditazione. Sarà che il fariseo era un uomo ingiusto? Di solito si pensa che si, ma io penso di no. Perché? Ascoltiamo nel Vangelo che lui pregava cosi: O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altre uomini, ladri, ingiusti, adulteri e, neppure, come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto che possiedo.” (Lc 18, 11-12)
            Gesù in nessun momento lo riprende per star facendo una preghiera bugiarda, dunque possiamo credere che lui diceva la verità, davvero faceva tutto quello che pregava. Allora dov’è il problema di questa preghiera, già che Gesù ci rivela che lui non è andato via giustificato?
            Il problema non sta sicuramente in quello che faceva, oppure non essere ladro, adultero, ingiusto è una cosa cattiva? Accaso fare digiuno due volte per settimana, pagare le decime di tutto quanto si possiede al Signore è una cosa sbagliata? Dov’è dunque il problema di questa preghiera?
            Il problema, penso, sta nel fato delle sue “buone opere” lasciarlo cieco alla realtà soprannaturale, lui si è dimenticato con Chi parlava quando pregava, con il Dio Giusto, Santo, Onnipotente e Misericordioso. Si presentava proprio pensando stare nelle stessa condizione di Dio, e non come un adoratore di Dio, la sua vita cosi giusta lo faceva pensare essere giusto, già pronto ecc.
            Il pubblicano invece era consapevole dei suoi peccati, della sua ingiustizia, della sua condizione indegna davanti a Dio, perciò pregava dicendo O Dio, abbi pietà di me peccatore.” (Lc 9, 13b) la sua vita ingiusta no gli ha lasciato cieco. Possiamo qui immaginare il cuore di questo uomo, consapevole delle sue mancanze, ma soprattutto pentito della sua condizione, un cuore veramente contrito.
            Carissimi fratelli e sorelli, qui sta il dettaglio, dobbiamo essere come il fariseo davanti alle realtà temporali e come il pubblicano davanti alle realtà spirituale. Si, proprio cosi. E qui aspetto non fare scandalo nelle vostre coscienze!
            C’è anche il rischio della falsa umiltà, di presentarci davanti alle altri come peccatori, deboli, però soltanto per guadagnare un elogio.
            Dobbiamo praticare i comandamenti, evitare il peccato, il furto, l’ingiustizia, l’adultero, ecc. Ma non possiamo permettere che questi operi davvero giuste e buone, ci diventi ciechi davanti a Dio. Non pensiamo essere giustificate perché cerchiamo di vivere d’accordo con i valori imparati nella nostra fede, giusta e santa. La vita reta insieme alla preghiera deve diventarci vere adoratori di Dio. Il peccato evitato deve tornare il nostri occhi capaci di contemplare Dio come Lui è, Santo, Buono, Onnipotente e Misericordioso. Il frutto della vita reta e della preghiera umile è l’adorazione a Dio e la autocoscienza di chi siamo, peccatori amati da Dio, ma sempre peccatori.
            Cosi erano i santi, uomini e donne che cercavano agire bene e che si sapevano peccatori, perché quanto più vicino a Dio, più possiamo vedere come Lui è, la vera Luce, e questa luce illumina la nostra vita e cosi vediamo con chiarezza che abbiamo bisogno di migliorare sempre, aiutare gli altri, specialmente quelle che sono più bisognose, soprattutto quando la loro mancanza è la fede, la stessa fede che abbiamo ricevuto per la misericordia di Dio e che ci ha portato qui oggi a questa santa messa.
            Fratelli e sorelle, questa è la coscienza dell’apostolo Paolo come possiamo vedere nella seconda lettura, evidentemente lui sapeva molto bene che aveva fato tanto per il regno di Dio, che aveva convertito tantissime persone con il suo lavoro, però perché la sua vita giusta collegata alla preghiera umile gli faceva vedere che era il Signore lo conduceva sempre, Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio dl Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e cosi fui liberato dalla bocca del leone.” (2Tm 4,17)
            Carissime non importa in quale posizione oggi ci troviamo, se quella del fariseo o quella del pubblicano, l’importante è rinnovare la nostra forza nell’eucaristia che fra poco riceveremo, nella grazia di Dio che attraverso la preghiera umile troveremo, ogni instante, ogni momento, specialmente adesso, nella santa messa, che è la preghiera più gradita a Dio, in cui offriamo a Dio il vero e santo sacrificio, attraverso delle mani del sacerdote, come con fede risponderemo dopo l’offertorio: “Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa.
            Finiamo chiedendo alla Madonna che ci aiuti ad umiliarci davanti a Dio, per essere elevati per la sua forza e per la sua misericordia infinita.

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