XXIX Domenica del tempo ordinario

Ma il figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8b)



         Il Vangelo d'oggi ci presenta l'immagine di un giudice disonesto che, faticato dalla vedova insistente gliela dato quello che gli chiedeva.
         Carissime fratelli e sorelle, vorrei cominciare la nostra meditazione ricordando il concetto di giustizia, un po’perso nella nostra società odierna oppure, alle volte un po’confuso e svuotato. Di solito si pensa che giustizia è dare a tutte di forma uguale, considerare tutte persone della stessa forma, perché tutte sono uguale davanti alla società e davanti a Dio. Però per poter capire con più frutti quello che ci vuole parlare il Signore, penso, dobbiamo chiarificare meglio questa idea sbagliata o almeno confusa ed incompleta.
         Allora ricordiamo il vero concetto di giustizia dato dall’Ulpiano, famoso giurista romano dal II secolo “Justitia est constans et perpetua voluntas jus suum cuique tribuendi”, ossia, “la giustizia è la volontà constante e perpetua di dare a ognuno quello che è suo”. Dunque vivere la giustizia non significa dare a tutte lo stesso, ma dare a “ognuno quello che è suo”, e qui dobbiamo aver presente anche Dio, per un motivo molto semplice, tra noi, colui che non è in grado di dare a Dio quello che è suo, mai riuscirà riconoscere quello che appartengono alle altre. Allora dobbiamo domandarci: lo che è di Dio?
         La prima risposta che ci viene in mente è tutto, perché “Egli ha fatto cielo e terra” (Sl 120(121),2), però per non cadere in superficialità approfondiamo questa risposta. Cosa significa per noi, dare a Dio il nostro tutto? Sarà che è possibile dare tutto il nostro tempo a Dio, tutte i beni che abbiamo, tutte le persone che amiamo? Sicuramente in senso generico si, però nella pratica questo può sembrare impossibile, una volta che abbiamo tante doveri nella vita che ci occupa il pensiero e la nostra attività quotidiana. Allora possiamo aver presente che Dio non vuole che semplicemente demo a Lui tutto, semplicemente perché tutto è già suo e tutto quello che abbiamo è stato dato da Lui, ma spera che possiamo santificare tutto quello che ci ha dato, a cominciare per il nostro tempo, che è il tesoro maggiore  che ci ha dato per guadagnare la vita eterna e essere felici anche in questo mondo.
         Cosi possiamo domandarci, quanto del mio tempo, della mia giornata offro a Dio? Sicuramente possiamo dare tutto, offrendo il nostro giorno già nella mattina, quando suona la sveglia, però la nostra esperienza ci mostra che tante volte dimentichiamo di Lui nel resto del giorno. Allora cosa dobbiamo fare? Semplice, cercare di mettere in pratica nella nostra vita il concetto di giustizia che abbiamo appena ricordato.
         Dedicare un tempo della nostra giornata per fare una buona, personale, sincera e fiduciosa preghiera, se possibile davanti al sacrario. Non possiamo pensare che siamo angeli, dunque abbiamo il bisogno di amare Dio anche con il nostro corpo. Ci sono tante studi psicologiche che comprovano questo, la nostra condizione esistenziale ha la necessità del sacro. Quindi della stessa forma che un’atleta bisogna educare il proprio corpo all’attività fisica, dobbiamo educare il nostro corpo e mente alla preghiera. Significa che abbiamo il bisogno di metterci in ginocchio, alzare le mani al cielo ecc.
         Questo ci ricorda il Santo Padre Francesco:  contemplarLo, adorarLo e abbracciarLo, nel nostro incontro quotidiano con Lui nell'Eucaristia, nella nostra vita di preghiera, nei nostri momenti di adorazione; riconoscerlo presente e abbracciarlo anche nelle persone più bisognose. Il “rimanere” con Cristo non significa isolarsi, ma è un rimanere per andare all’incontro con gli altri adorazione; riconoscerlo presente e abbracciarlo anche nelle persone più bisognose.”[1] Penso che questo “abbracciarLo” da cui parla il Papa è giustamente questo fare preghiera anche con il corpo, che rivela non soltanto un attitudine fisica, ma anche spirituale come possiamo vedere nella prima lettura della missa: “Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando lasciava cadere, prevaleva Amalèk.” (Es 17,11)
         In questo senso mi ricordo sempre di una madre che ha perso il suo figlio in un accidente automobilistico, che me diceva che prima di andare all’ospedale per trovare il suo figlio già in coma, ha fato una doccia e in quel momento si ha messa in ginocchio e mentre l’acqua calda gli veniva, con le mani alzate chiedeva forza a Dio per supportare quel momento senza perdere la fede, la speranza il desiderio di vivere e che sorpresa mia, quando lei mi ha detto che ha ricevuto in quello stesso momento una delle maggiori consolazioni di tutta la sua vita.
Nel fine della giornata, dopo aver lavorato, studiato, servito, quando la stanchezza ci toma il corpo e la mente, possiamo fare un breve esame di coscienza i rendere grazia a Dio per il giorno vissuto e fare un piccolo proposito per la giornata seguenti.
Carissime fratelli e sorelle, soltanto saremo in grado di dare a ognuno quello che è suo, quando cominciamo a dare a Dio quello che è di Lui.
Dunque facciamo adesso, in questo offertorio il proposito sincero e generoso di organizzare la nostra vita di forma che possiamo distribuire bene il nostro tempo, con giustizia, dedicando sempre al Signore un tempo di preghiera personale, e non dimentichiamo, questo non è impossibile perché, come abbiamo ascoltato nel salmo “Il nostro aiuto viene dal Signore” (cfr. Sl 120,2). Chiediamo anche alla Madonna che ci insegni a rendere a Dio la nostra vita come Lei stessa gli ha offerto.
Cosi finiamo la nostra meditazione rispondendo alla domanda di Gesù “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8b) Si, Signore sperammo che la possa trovare in noi, che siamo la vostra chiesa, i vostri figli amate, la vostra famiglia in questo mondo.



[1] 27.07.13 SANTA MESSA CON I VESCOVI DELLA XXVIII GMG E CON I SACERDOTI, I ELIGIOSI E I SEMINARISTI.

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