III Domenica di Quaresima

(Es 17, 3-7; Sl 94; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42)
                                                                                                   

         Carissimi fratelli e sorelle, oggi celebriamo la terza Domenica di Quaresima e la liturgia ci invita a meditazione sulla virtù teologale della speranza. La nostra vita è sempre piena di momenti buoni e difficili che esigono di noi una sfida, una decisione e la fede anche intesa come speranza soprannaturale deve essere per noi cristiani il punto di partenza, ossia, non possiamo fare buone scelte senza considerare ogni pensiero con il Nostro Signore.
         La prima lettura ci mostra questo in un modo molto chiaro, il popolo di Israele, dopo aver sperimentato il miracolo della liberazione dell’oppressione egizia si confronta con il deserto, e con tutte le conseguenze di camminare nel deserto, fame, sete, paura del futuro, la nostalgia di un passato che ancor che fossi di oppressione, era sicuro. La nostra vita è anche così perché il cuore umano è così, sempre inquieto come molto bene traduce Santo Agostino nelle sue Confessioni, et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te” (inquieto sta il nostro cuore, in quanto non riposa in te). Nei momenti di difficoltà abbiamo paura di non trovare una via di uscita e la nostra tendenza è chiuderci alla speranza a causa della paura del futuro e in questi momenti siamo incarcerati nel passato.
         È molto importante considerare questo, si fermiamoci alla esperienza di quel popolo di Israele troveremo tante somiglianze con la nostra vita personale. Loro non sono stati persone liberi nell’Egitto, e come la libertà è una condizione fondamentale della felicità umana, quindi non erano felici, e sicuramente in quei momenti sognavano con un’autentica libertà, però quando questa liberta è venuta, si confrontano con il deserto, perché il cammino umano sempre deve passare per il deserto, inteso qui come incontro con sé stesso, e già nel deserto, davanti alle difficoltà, hanno paura del futuro e il raccordo del passato viene come una forte tentazione. Il dettaglio che non ci può passare inosservato è che non è un passato felice, ma un passato di oppressione, nonostante si lamentano, “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?” (Es 17, 3)
         Chiama l’attenzione che molto veloce loro sono dimenticati dei grandi miracoli che hanno preceduto l’uscita dall’Egitto e che doveva essere la fonte di speranza per il momento di difficoltà. Appunto, se il Signore aveva fatto grandi meraviglie per loro liberare dall’oppressione non doveva anche fare che loro sperimentassero grandi miracoli nel deserto? Qualcuno ha già sentito parlare di un’opera che il Signore ha cominciato e non ha finito?
         È questo il messaggio anche della seconda lettura, l’apostolo Paolo vuole ricordare i romani della fedeltà di Dio, “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” (Rm 5,5)
         Cari fratelli e sorelle, tutti noi abbiamo una esperienza singola con Dio, una vita personale, dove abbiamo vissuto delle difficoltà e sfide in cui abbiamo pensato non essere in grado di superare, abbiamo anche l’esperienza di aver superato tante cose attraverso la fede.
         È molto comune perderci nei pensieri sul futuro, lasciarci incarcere dalla paura, dell’insicurezza, dall’angoscia, soprattutto perché abbiamo già fatto l’esperienza della nostra finitezza dove abbiamo incontrato i nostri limiti umani, le nostre debolezze, e ancor se  troviamoci in un contesto in che se esige di noi la speranza  e il coraggio di portare avanti la sfida della vita, la falsa sicurezza di un passato ci presenta come un tentazione, e come conseguenze vengono delle domande senza senso: non sarebbe stato meglio non aver fatto questa o quella decisione? Non sarebbe meglio non complicarmi la vita? Non sarebbe meglio cambiare il contesto, lavoro, vocazione ecc?
         È proprio questo il momento in cui siamo chiamati a fare l’esperienza della speranza, non qualsiasi speranza, ma quella venuta dalla fede, che ci da la certezza che la nostra vita non è vissuta da soli, ma che appartiene a Dio, e completare nella nostra vita la frase di Sant’Agostino e permettere che il nostro cuore possa trovare consolazione in Dio, come? Presentando ogni decisione al Signore, non possiamo considerare una scelta importante senza prima aver parlato con Dio, senza ricordare tutto quanto abbiamo già passato con il suo aiuto singolo e personale.
         La nostra memoria deve essere educata, e se siamo persone saggie, dobbiamo meditare sempre con ringraziamento le difficoltà che abbiamo superato con la grazia di Dio. Se non è così abbiamo il rischio di essere sempre incarcerati dalla nostra fertile immaginazione.
         Nel salmo della messa ascoltiamo il Signore che ci esorta a non essere smemorati, “Non indurite il cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi mesero alla prova pur avendo visto le mie opere.” (Sl 94(95) 8-9)
         Cari amici il Signore ci chiama a quest’attitudine personale, pensare alla propria vita nella sua presenza e ricordare il suo potere e amore riversato su di noi. Nessuno lo può fare per noi, non possiamo trasferire la responsabilità della nostra vita alle altre, nemmeno vivere sempre cercando colpati per i nostri fallimenti, questo lo fa soltanto coloro che non hanno umiltà do riconoscere le proprie mancanze, in linea di massima, fanno questo perché sono persone impaurite dalla mancanza di coraggio di confrontare il proprio deserto.
No! Non dobbiamo essere così per un motivo molto semplice: Il Signore è per noi, e la sua divina Providenza tutto governa, anche la nostra vita e se per qualsiasi motivo, facciamo una scelta sbagliata, anche quando vogliamo fare il bene, non siamo mai abbandonati alla sorte. No, il Signore è per noi e può farci imparare sempre anche negli sbagli, perché alla fine “noi sappiamo che, per quelli che amano Dio, tutto concorre al bene.” (Rm 8,28)
         Finiamo con le dolci parole di Gesù alla donna samaritana “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva.” (Gv 4, 10)
         Facciamo il proposito sincero di che nel deserto della nostra esistenza umana, chiedere sempre a Gesù di quest’acqua viva, che è la sua grazia, che fa scomparire la nostra sete e ogni paura del futuro.
         Nell’offertorio della messa offriremo a Dio tutte le nostre paure e preoccupazione e l’eucaristia che fra poco riceveremo sarà per noi il momento di considerare la nostra vita, e questo dialogo dovrà prolungarsi durante la settimana, presentando a Dio ogni scelta e attraverso la speranza non lasciarci condurre dalla paura nemmeno dalla mancanza di coraggio, perché “acclamiamo alla roccia della nostra salvezza. Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.” (Sl 94(95) 1-2)


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