Solennità di Tutti i Santi

(Ap 7,2-4.9-14; Sl 23(24); 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a)



                Carissimi fratelli e sorelle, oggi la Chiesa celebra la solennità di tutti i santi, perché questa una data cosi importante? Chi sono queste santi? Che influenza hanno sulla nostra vita? Sono queste risposte che cercheremo nella nostra riflessione d’oggi.
                Questa festa è importantissima perché è anche un invito a meditare la nostra vocazione prima, la santità, a quale Dio chiama a ognuno di noi. Cerchiamo di capire cosa è questa santità. Sicuramente non possiamo confondere santità con impeccabilità, alle volte possiamo pensare nella vita dei santi e vedere che hanno fato cose davvero belle, mas che non siamo in grado di fare, che sono state persone cosi fortunate oppure straordinari che quando guardiamo la nostra semplice esistenza umana siamo tentati a pensare che questa chiama non è per noi, perché siamo troppo “normali”.
                Penso che questa confusione è proprio un gioco dal diavolo, che prima ci fa ammirare la vita di queste santi, ma dopo ci convince a non imitare la loro fede. Quando cappiamo che la santità non è proprio impeccabilità e soprattutto quando vediamo chi sono questi santi riusciamo a vedere che è una chiamata semplice, naturale alla nostra esistenza e alla nostra dignità di figli di Dio, anche che consiste principalmente in lasciare che Dio sia Dio in nostra vita.
                Troviamo la confermazione di questo quando guardiamo meglio chi sono questi santi, S. Giovane raccontando la visione mistica che ha avuto ci dice sono “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (Ap 7, 9b) e che “sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendo-le candide nel sangue dell’Agnelo” (Ap 7, 14b). Qui vediamo specialmente due realità, primo che è una chiamata universale, a tutte le persone, secondo che la vittoria non consiste in non cadere mai, ma invece in lavare le vesti nel sangue di Gesù.
                Se uno non c’è una veste sporca non bisogna lavarla. Quindi la vittoria appartiene a Cristo, che ci purifica da ogni peccato con il suo sangue redentore sulla croce. Altro dettaglio che ci lascia chiaro che i santi non sono state fortunate, esseri straordinario troviamo anche in questo passaggio, “sono quelli che sono venute dalla grande tribolazione”, qui l’appostolo si riferisce alla la vita umana, sempre piena di tante ostacoli, stanchezze, imprevisti ecc.
                Superata la visione sbagliata di santità e di chi sono i santi e coscienti che la chiamata appartiene a tutti noi vediamo l’importanza di q questo nella nostra vita, che pensa Gesù quando ci chiama ad esseri santi.
                È interessante pensare che Gesù chiama i santi di beati, come abbiamo ascoltato nel Vangelo. Ma che cos’è questa beatitudine?
                I beati sono quelle che trovano Dio, dunque la beatitudine può essere tradotta anche come felicità, come infatti troviamo nella ad esempio nella traduzione portoghesa di questo vangelo. Come dice sant’Agostino il nostro cuore rimane inquieto in quanto non riposa in Dio. Cosi lo esprime nelle sue Confessioni “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo”. Con noi succede tante volte lo stesso, cerchiamo Dio nel luogo sbagliato! Lui è in noi, è più intimo a noi che noi stessi.
            Questo vuoi dire il Papa Francesco che bisognammo promuovere la cultura dell’incontro, l’incontro che lui parla è proprio l’incontro con Dio che presenta come conseguenza un nuovo sguardo, un nuovo atteggiamento alla realtà e agli altri persone.
                “Beati i poveri di spirito, beati quelle che sono nel pianto, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuori, beati gli operatori di pace, anche beati i perseguitati” (cfr. Mt 5, 1-12). Come possiamo vedere felicità in queste realità che ci fa soffrire tanto? Qui vediamo un vero confronto dalla logica del mondo con la logica di Dio.
                “Cristo ci invita con insistenza a lasciare le nostre vecchie idee e ad accettare il suo punto di vista, ci invita a cambiare atteggiamento abbandonando la nostra tendenza al possesso per trovare in Lui la gioia dell’amore vero, largo, libero.
Istintivamente vogliamo possedere, credendo di trovare cosi la felicità, quando in realtà è giustamente l’istinto di possesso che fa la nostra infelicità, perché ci rinchiude nel nostro egoismo, ci separa degli altri, ci oppone a loro.”[1]
Ma è vero che bisogna approfondire per riuscire a vedere questo, e questo hanno fato i santi, e dobbiamo fare anche noi, per poter sentire la vera felicità che parla Gesù e che ci la da attraverso il suo Santo Spirito.
Qui mi ricorda da un sacerdote amico che mi diceva una volta, che finalmente aveva imparato cosa significava la felicità degli affamate sedenti di giustizia, dopo aver imparato che la ricompensa viene subito quando si cambia lo sguardo alla realtà. Soltanto dopo soffrire nella sua vita una situazione di ingiustizia ha imparato a aspettare più di Dio e non cercare nelle altre quello che soltanto Dio gli poteva dare e anche ha visto che poter scoprire questo ha avuto bisogno di sperimentare l’ingiustizia.
Carissimi, questo significa che attraverso la preghiera, attraverso lo Spirito Santo che ci insegna a chiedere quello che davvero abbiamo bisogno è che si fa la vera esperienza di Dio. Ma questo significa ancora una realtà più profonda, la felicità che ci promette Dio non è soltanto per la vita eterna. No! Comincia già in questa vita. Ma bisogna trascendere alle apparenze, andare al di là e trovare lo invito divino anche nella tribolazione.
Gesù non dice che la ricompensa dei beati è soltanto la vita eterna, ma che di loro è il Regno di Dio e sappiamo che Lui è venuto per instaurare questo Regno di Dio, dunque è già cominciato e poi sarà pieno, perché lo vedremo cosi com’è.
Possiamo pensare che questo è difficile, ma io vi lo ricordo che "non riesco" diventa "non posso", e "non posso" è già l’incredulità. Basta lasciare Dio esser Dio, lavarsi e purificarsi nel sangue dell’Agnello come ci dice S. Giovane. Come? Nel sacramento della confessione, nell’eucaristia che fra poco riceveremo.
Per finire la nostra meditazione racconterò una piccola storia che è successa con un amico mio.
Lui andava a una Chiesa per fare preghiera, una chiesa bellissima, quella di S. Paolo Fuori Muri, e che mai era stato. E prima di entrare nella chiesa, un uomo paralitico gli ha chiamato, disperato, perché era venuto da lontano con un bambino di due mesi malatissimo, dopo averlo portato al medico e il medico dire che aveva grave rischio di vita al bambino, e che lo doveva portare subito a un ospedale che si trovava soltanto in Roma. Questo paralitico era in machina con i genitori del bambino e loro non erano mai state a Roma e dopo aver girato tanto, forse perché il loro cuori erano troppo angosciate con la situazione, non riuscivano a trovare quel benedetto ospedale. Ha chiesto, proprio implorato per il mio amico guidare loro all’ospedale. Devo dire che il mio amico non conosceva tanto Roma, ma in quel momento ha notato che lo aveva scelto per quella missione e con quel po’ che conosceva, ha lasciato il suo interesse di conoscere la Chiesa, oppure almeno ritardato questo, ha vinto anche la paura di entrare in una machina di uno sconosciuto e ha portato loro all’ospedale,  nel camino ha cercato di parlare di Dio, di offrire un po’ della sua fede a quelli persone davvero bisognosi di speranza.
Il fatto è che dopo fare questo lui ha esperimentato la certezza della felicità, di aver lasciato una volta le sue preoccupazioni anche le sue occupazioni per aiutare, e la ricompensa anche l’ha ricevuto in anima. La gioia che vieni di Dio. Che gioia in vedere un sorriso di speranza in quelli giovanili genitori.
Chiediamo l’aiuto di tutti i santi, della Madonna, di tutti quelli che hanno vinto la grande tribolazione e che hanno lavato la veste nel sangue di Gesù, affinché anche noi possiamo fare l’esperienza di aprirsi, di cambiare lo sguardo verso il mondo, e di trovare quella pace che viene da Dio.




[1] VANHOIE, Albert. Il Pane Quotidiano della Parola. Ed. Piemme. IV edizione. Roma 2002. P. 966

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